martedì, 28 settembre 2010
IO NON CI VOLEVO VENIRE QUI, di Angelo Orlando Meloni
1. Che rapporto avete con i consigli?
2. Preferite darli o riceverli?
3. Meglio i consigli dei parenti o quelli degli amici?
4. E poi… secondo la vostra esperienza, i consigli sono più un atto di “carità” o di “cattiveria”?
Ne discutiamo insieme prendendo spunto dal divertente romanzo sull’arte scrittoria (e non solo) di Angelo Orlando Meloni intitolato “Io non ci volevo venire qui. Breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità” pubblicato dalla casa editrice Del Vecchio.
Vi riporto un passaggio tratto dalle prime pagine del libro:
«Chi non ha paura di un buon consiglio?
Io per esempio ho paura. Molta paura. evito di darli e di riceverli, e se li ricevo mi sforzo di dimenticarli. Quando non li dimentico, poi, cerco di applicarli male. Come vi potrà confermare più di un buon samaritano, dedicarsi ai problemi degli altri è uno sport pericoloso, perché il sonno della nostra indifferenza genera mostri e, in casi sventurati, un consiglio può generare addirittura “artisti”».
Un libro divertente, dicevo… ironico e autoironico, che rientra a pieno titolo nell’ambito della cosiddetta letteratura dell’ironia.
Di seguito, avrete la possibilità di leggere la recensione firmata da Salvo Zappulla e un assaggio del testo (un ulteriore assaggio potrete gustarvelo da qui).
Alla discussione parteciperà lo stesso Angelo Orlando Meloni, con il quale avremo modo di approfondire la conoscenza di questo suo romanzo.
Massimo Maugeri
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IO NON CI VOLEVO VENIRE QUI di Angelo Orlando Meloni
Del Vecchio editore, 2010 – pagg. 128 – euro 14
recensione di Salvo Zappulla (nella foto)
Angelo Orlando Meloni ha innato il senso del paradosso, come tutti i genialoidi riesce ad avere una visione deformata della realtà che lo circonda, manipolarla a piacimento secondo i propri gusti e la spigliata fantasia per servirla, sotto forme di originalissime storie, nei suoi libri. Un autore dotato di raffinato senso dell’umorismo, disposto a giocare con le sue idiosincrasie, le paure, le fobie in una serie di gag irresistibili. Non ci si annoia di certo a leggere “Io non ci volevo venire qui” (Edizioni Del Vecchio, pagg. 118, €. 14,00). Angelo è uomo dalla fervida immaginazione e dallo spirito indomabile, riesce a trasformare in satira irriverente qualsiasi argomento tratta. Il suo è umorismo scoppiettante, i suoi personaggi bislacchi e improbabili, coinvolti in situazioni surreali, pirotecnici commedianti degli equivoci, strappano il sorriso anche a uno che ha già ricevuto l’estrema unzione. Un’ umanità sgangherata, adorabile nella sua vacuità e sventatezza, composta da furbastri e aspiranti tali, che null’altro può pretendere, se non di essere assolta per legittimo impedimento. Si ride, a volte di gusto; altre con un velo di malinconia. Ma si riflette anche, sui personaggi che Angelo presenta: bizzarri, pirotecnici, millantatori. Profondamente umani e profondamente vulnerabili. Determinati a conquistare il mondo e già nati perdenti. Riuscire a coniugare ironia e letteratura, senza scadere nelle barzellette, è proprietà dei grandi scrittori e non vi è dubbio che Meloni sia uno scrittore di razza. Si può ricavare un romanzo gradevolissimo prendendo spunto dai piccoli fatti quotidiani? Sì, se l’idea viene a un autore dotato di esplosiva scrittura, disposto a mettere in gioco se stesso con spietata ironia, consapevole di voler infrangere la barriera dell’appiattimento, del quieto vivere, del chinare il capo rassegnati all’inerzia, per far emergere contraddizioni, prepotenze e malcostume. Un libro attualissimo, una sorsata di acqua fresca, a tratti delirante, estasiante, spumeggiante, esplora territori narrativi in grado di fare vibrare corde disperatamente umane.
A questo punto mi chiedo (tutto il mondo si chiede) chi è Angelo Orlando Meloni (foto accanto): un nuovo Messia venuto a illuminare i popoli? Un Woody Allen che ha subito un trauma cranico? Il pronipote di Fantozzi, perennemente afflitto da cefalee? Uno spermatozoo andato a male che involontariamente ha imbroccato la volata giusta, classificandosi primo suo malgrado?
O turista ignaro che ti aggiri cinguettando per le vie di Ortigia, o giapponesino, cinesino armato di cinepresa che ti addentri per le stretti calli di via Maestranza; giunonica svedese dallo sguardo ammaliante, il volto solare e le tette al vento, che ti godi lo scirocco di Corso Umberto, non ti soffermare con le tue zummate solo sulla fontana Aretusa e l’Orecchio di Dionisio ma riversa l’attenzione su quel tizio dal viso scarno, abbandonato in un angolino buio, sofferente e anemico come uno che ha appena subìto il salasso da un vampiro di passaggio. Non è lì per chiedere l’obolo, sta meditando, sta creando, sta confabulando con i folletti magici della sua mente. Immortalalo, un giorno potresti essere orgoglioso di raccontarlo ai nipotini. Geni si nasce o si diventa? Forse il segreto è racchiuso tra le pagine di questo libro.
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Brano estratto dal libro IO NON CI VOLEVO VENIRE QUI di Angelo Orlando Meloni
FAMMI UN’ALTRA BIRRA
Un giorno, alle elementari, la maestra vi dice: – oggi facciamo le frasette a fantasia.
Santa donna. però quel giorno le cose non vanno per il verso giusto. l’essere che sta forgiando i vostri destini fa una pausa a effetto e aggiunge: – Mi raccomando, stavolta dovete usare la parola
“lungamente”.
non l’avesse mai detto. ricordi ancora la faccia del tuo compagno di banco.
Terrore puro.
C’è chi dice rassodi la buccia.
C’è chi dice prepari alla vita.
C’è chi non è della stessa idea.
La parola “lungamente” per voi bambini è peggio di un UFO.
«Tirò il pallone lungamente» è il meglio che riesci a cavare dalla tua penna. Uno sforzo creativo devastante e infelice negli esiti, in quella giornata nella quale in molti sperimentate il fallimento.
Il tuo migliore amico diventa rosso magenta, vira sul blu cobalto nel tentativo di inseguire l’ispirazione, scrive: «Il papà ha comprato la macchina lungamente» e sviene a pelle di leone sul pavimento mentre consegna il compitino. Un giorno forse diventerà il paroliere di Carmen Consoli, ma per ora non riesce a convincere la maestra.
Gli avverbi!
Se gli insegnanti più scafati li usano per oscure ragioni pedagogiche, i redattori delle case editrici e gli insegnanti di scrittura creativa li temono come la peste, a causa del loro potere proliferante. Peggio dei conigli. Peccato che per insondabili motivi sia ASSOLUTAMENTE impossibile farne a meno.
Mettiamoci l’anima in pace, è inutile domandarsene la ragione, meglio, molto meglio non lasciarsi ossessionare dalla lunghezza degli avverbi e vivere tranquilli, senza chiedersi troppi perché.
IMPROVVISAMENTE un infingardo potrebbe sentire i nostri lamenti e mettersi in testa di darci un consiglio.
Ma se gli avverbi sono inevitabili, lo stesso non si può dire dei consigli. Non dovremmo né darne né riceverne. Lo so che è difficile resistere, ma la grandezza dell’uomo è tutta qua. La forza senza controllo è niente.
Chi non ha paura di un buon consiglio?
Io per esempio ho paura. Molta paura. evito di darli e di riceverli, e se li ricevo mi sforzo di dimenticarli. quando non li dimentico, poi, cerco di applicarli male. come vi potrà confermare più di un buon samaritano, dedicarsi ai problemi degli altri è uno sport pericoloso, perché il sonno della nostra indifferenza genera mostri e, in casi sventurati, un consiglio può generare addirittura “artisti”.
Ecco perché se un nostro amico sbatte le ciglia e ci mette il suo cuore in mano, l’unica soluzione è quella di fare il finto tonto. Dissimulare, mentire, nascondersi, darsi alla macchia ogni qual volta sentiamo quell’arietta freddina che accompagna la domanda: «secondo te, cosa dovrei fare?».
Certo, non tutti sono in grado di cambiare discorso come un politico preso in castagna. Non tutti possiedono faccia da culo e calma glaciale. Non tutti riescono a mimetizzarsi nella folla fino a scomparire. Ma non facciamoci prendere dal panico. Non sto dicendo che se un amico o un’amica mettono il loro cuore nelle nostre mani dobbiamo stenderli con un uppercut o sparire come un ninja in una nuvola di fumo. Questo, in casi estremi. Il più delle volte sarà sufficiente ordinare una birra e offrire una sigaretta.
È infatti innegabile che fumo e alcol, se pure da evitare al fine di una vita tutta fitness, possiedano qualche pregio di tutto rispetto.
Altrimenti, perché l’uomo ci si dedicherebbe da secoli? Il rapido susseguirsi di boccali e sigarette sembra fatto apposta per sviare l’attenzione fino a che, a causa del mal di testa, avremo dimenticato il problema e il relativo consiglio. A quel punto non ci resterà che accompagnare a casa il nostro compare e sospirare di sollievo. e per di più il compare dormirà sodo, annientato dalla sbornia, credendo che la vita è bella. Certo, non possiamo trascurare l’eventualità che un bicchiere di troppo causi l’effetto opposto. La facile eccitazione tipica delle birre irlandesi, per non parlare del surriscaldamento causato da un paio di gin tonic, potrebbero far perdere la trebisonda anche a un signor spock. Ed è storicamente accertato che i consigli più nefasti siano stati dati in seguito a epocali bisbocce.
– Che facciamo con quei rompicoglioni dei parti, Giuliano? – chiesero all’imperatore dopo un brunch di dodici portate.
– Armate la flotta, ragazzi. – Ma forse il divo Giuliano voleva dire: «fammi un’altra birra».
È per questo che a me, se mi scappa un consiglio, viene subito da aggiungere: – non mi prenderai sul serio, vero?
Ed è un sollievo sentirsi rispondere: – fossi matto.
Da “Io non ci volevo venire qui” di Angelo Orlando Meloni
pagg. 10-11
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Tags: angelo orlando meloni, Del Vecchio, io non ci volevo venire qui, salvo zappulla
Scritto martedì, 28 settembre 2010 alle 22:52 nella categoria SEGNALAZIONI E RECENSIONI. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. I commenti e i pings sono disabilitati.
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